La ‘ndrangheta è anche femmina…e non è bella”

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Sul ruolo della donna all’interno della ’ndrangheta, si è scritto molto in questi ultimi anni sottovalutando, con pochissime eccezioni, il ruolo e funzioni che la coppia genitoriale svolge all’interno del nucleo familiare, e quelle che sono le specificità della figura femminile. Questo testo vuole essere un piccolo contributo nel mettere a fuoco i principali meccanismi psicologici che sottostanno al processo di maturazione dell’individuo dentro la complessa trama delle relazioni familiari. La ’ndrangheta è un’organizzazione ampiamente strutturata ma, prima ancora che un gruppo sociale, costituisce “un’organizzazione della mente” perché risponde in maniera efficace ai bisogni primari dello psichismo umano: il prendersi cura di sé e dell’altro, il bisogno di identità e di appartenenza, e li stravolge per i propri fini criminali.

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E’ disponibile anche in versione ebook a questo indirizzo.

Dire ‘ndrangheta è dire anche femmina

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Nel “sistema ’ndrangheta” la donna non possiede un’identità propria. Ed è lei a spingere l’uomo alla vendetta nel caso in cui venga ucciso uno della famiglia; che non è il luogo psichico in cui l’individuo viene aiutato a sviluppare le proprie capacità ma lo spazio in cui si apprende a sacrificare se stesso per il bene del clan. Cosa fare? Servono scelte coraggiose, come la sospensione della patria potestà, interventi d’animazione socioculturale all’interno dei quartieri, tesi a ricostruire il senso della comunità, e di inserimento lavorativo. In sintesi è necessario riconquistare piazze e strade.
Qualcuno potrebbe storcere il naso, ma è proprio così.
Se fosse solo un gruppo sociale più o meno strutturato, pur con le collusioni e complicità di cui gode a diversi livelli, non sarebbe poi tanto difficile combatterla, ma essa è anche un’“organizzazione della mente” perché risponde in maniera efficace ai bisogni primari dello psichismo umano: il prendersi cura di sé e dell’altro, il bisogno di identità e appartenenza, per stravolgerli, però, per i propri fini criminali.È anche questa l’intuizione che ha consentito alla ’ndrangheta di diventare un efficace strumento di potere a livello intercontinentale. Uomini e donne che hanno compreso quanto sia importantepresidiare il territorio. A livello educativo l’obiettivo è educare il bambino affinché ci sia crescita senza autonomia, sviluppo senza libertà.Perché “dire ’ndrangheta è dire anche femmina”
Nel “sistema ’ndrangheta” la donna non possiede un’identità propria. È riconosciuta in quanto “donna di…”. È lei a spingere l’uomo alla vendetta nel caso in cui venga ucciso un membro della famiglia. Alimenta la memoria del congiunto ucciso con un uso della parola e del silenzio che imprigiona i membri della famiglia dentro un eterno presente da cui è possibile apparentemente uscire solo attraverso l’agito dell’omicidio che, invece, fa ripiombare tutti dentro il passato. E ci si vendica evocando un simbolismo ben preciso: s’imbraccia un’arma da fuoco, equivalente simbolico del fallo che penetra per uccidere e non per generare nuova vita.Un esempio: «Era stato ammazzato uno che aveva un solo figlio di circa due anni; la madre ha conservato la giacca che il padre indossava quando fu ucciso, fin quando ha potuto spiegare al figlio tutta la storia. Quando l’assassino è uscito dal carcere, è stato ucciso da questo ragazzo che indossava la giacca del padre e ha utilizzato il fucile che normalmente si tramanda come eredità di padre in figlio» (Lombardi Satriani – Meligrana, 1983).Del figlio che si rifiuta di vendicarsi si dice «non bali e non poti» (non vale niente e non è capace). Non vi è elaborazione del lutto, ma una permanenza dentro di esso in una condizione di sospensione.La famiglia di ’ndrangheta non è il “luogo psichico” in cui l’individuo viene aiutato a sviluppare in maniera armonica le proprie capacità e competenze, ma lo spazio in cui si apprende, con un durissimo apprendistato, a sacrificare se stessi per il bene del clan e chi prova ad uscire da questo schema va incontro non solo a disprezzo, ma anche alla morte.

Il clan costituisce quindi il “padre ideale” e, grazie all’azione educativa della madre e non solo, questa immagine paterna viene mitizzata e assunta a modello incontestabile. Contrastare il padre è andare contro se stessi, contro quello che un domani si potrà e si dovrà essere. Non è consentito nessuno svincolo, nessuna “uccisione simbolica”.

Bisogna tuttavia fare molta attenzione a non collocare la donna solo in un ruolo esclusivamente educativo. Occorre infatti distinguerne due: attivo e passivo. Nel primo caso, soprattutto quando il capo clan è detenuto, mantiene i rapporti con chi sta fuori. Nel secondo, non le è consentito manifestare un dissenso reale, neanche quando è in gioco la vita dei figli. Tutto questo è incomprensibile se non si tiene conto del fatalismo con cui queste donne accettano il proprio mondo come l’unico possibile. Anche se negli ultimi anni ci sono state scelte coraggiose di alcune donne che, purtroppo, hanno addirittura pagato con la morte questo loro desiderio di “emancipazione”. Un nome per tutte, Maria Concetta Cacciola.

Cosa fare?
A volte per arginare per tempo dinamiche educative che si ripetono, va perseguita la strada coraggiosamente imboccata di sospendere la patria potestà e affidare i minori ad altri “soggetti educativi”. ’Ndranghitisti non si nasce, si diventa!
Nello stesso tempo occorre agire per costruire un “senso ampio di comunità” che faccia da supporto alla costruzione di un’“identità aperta”; alla diffusione di un senso di solidarietà che travalichi i legami di parentela e amicizia. Il metodo da privilegiare è il “lavoro di comunità e di rete” attraverso interventi nei processi di educazione e socializzazione primaria e secondaria (sostegno alla genitorialità, alla scolarizzazione dei minori) e in ambito psicoterapeutico ove è necessario e possibile. E interventi nel campo dell’animazione socioculturale all’interno dei quartieri; inserimento e reinserimento nel mondo del lavoro. In sintesi è necessario “riconquistare” le piazze e le strade.

Per finire, affidarsi esclusivamente alla repressione giudiziaria significa aver perso in partenza la lotta contro le ’ndrine. Ci sono infine due presupposti da tenere ben presenti: non pensare la ’ndrangheta come qualcosa del tutto aliena dal proprio modo di pensare; e fare i “cavalieri solitari”. A ciascuno scegliere da che parte stare. A Reggio Calabria come a Roma; a Milano come a Bogotà…Tertium non datur, almeno in questo caso.

“La ‘ndrangheta è anche femmina…e non è bella” Edizioni Youcanprint Self-Publishing

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landrangheta-e-anche-femmina-e-non-e-bellaSul ruolo della donna all’interno della ’ndrangheta, si è scritto molto in questi ultimi anni sottovalutando, con pochissime eccezioni, il ruolo e funzioni che la coppia genitoriale svolge all’interno del nucleo familiare, e quelle che sono le specificità della figura femminile. Questo testo vuole essere un piccolo contributo nel mettere a fuoco i principali meccanismi psicologici che sottostanno al processo di maturazione dell’individuo dentro la complessa trama delle relazioni familiari. La ’ndrangheta è un’organizzazione ampiamente strutturata ma, prima ancora che un gruppo sociale, costituisce “un’organizzazione della mente” perché risponde in maniera efficace ai bisogni primari dello psichismo umano: il prendersi cura di sé e dell’altro, il bisogno di identità e di appartenenza, e li stravolge per i propri fini criminali.

La Fatica e la Bellezza del costruire famiglia

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Giuseppe Laganà – 23/10/2015  www.benecomune.net

Quest’articolo  descrive  il mondo psichico e relazionale che sta alla base del nostro essere bambini, figli e genitori. E la fatica e la bellezza di costruire una famiglia fondata su legami solidi, veri e duraturi

Partiamo da una domanda essenziale: “Chi siamo?”.
Siamo ciò che riceviamo in eredità dai nostri genitori e dalle generazioni precedenti. Questo costituisce il patrimonio più o meno ricco (di esperienze, vissuti, affetti) per tentare di dare fondamento alla costruzione di una vita piena, intensa.Prima di diventare genitori siamo stati, quindi, figli, bambini, adolescenti, giovani, adulti. Abbiamo attraversato conflitti, coltivato speranze, sperimentato gioie e amarezze. E questa alternanza non finisce mai.
È necessario non dimenticare la complessità, la fatica del processo della crescita, le cadute e i rialzi, per non commettere l’errore di racchiudere la complessità del vivere solo nel rispetto più o meno fedele dei valori; che sono imprescindibili per una vita buona, piena, ma che disancorati dallo psichico e dalle sue leggi, diventano espressione di un pesante, a volte persecutorio “dover essere”.Nel momento in cui decidiamo di costituire un legame di coppia che può avere come tappa significativa il matrimonio in virtù di un desiderio, di un innamoramento, possiamo trovarci in una situazione simile a quella raccontata nell’incipit di una delle descrizioni più belle e appassionate dell’amore: il capitolo I del Cantico dei Cantici:«Mi baci coi baci della sua bocca:
sì, più soavi del vino rosso sono i tuoi amori,
soavi per fragranza sono i tuoi profumi,
profumo olezzante è il tuo nome,
per questo di te si innamorano le ragazze.
Attirami a te, corriamo!
Il re mi introduca nella sua alcova,
per gioire e fare festa con te,
per assaporare i tuoi amori più del vino.
A ragione di te ci si innamora!
»Festa dei sensi, esplosività del desiderio! Immaginazione e fantasia. Il poeta si serve della parola per raccontare cosa può succedere quando ci si innamora. Ma è necessario tener presente che: «Tra l’innamorarsi e amare c’è molta differenza. Quando una persona s’innamora non lo fa apposta: succede. Ma per amarsi bisogna sudare, soffrire, ridere, stare svegli, donarsi. L’amore non succede, si fa» (Francesco Roversi). Quindi siamo fuori da ogni sentimentalismo. L’amore certamente è anche ricordo, presenza e speranza; è parola e silenzio; ma conosce anche l’assenza, la paura, la solitudine dentro una storia umana sghemba e contraddittoria.

Nel legame di coppia riattualizziamo tutti quei vissuti che hanno scandito la nostra crescita. Positivi e negativi. Bisogna essere attrezzati per reggere il peso e la bellezza dello stare in coppia. E non basta un corso prematrimoniale per essere provvisti del bagaglio necessario per affrontare una sfida così alta come quella del matrimonio, in cui nessuno ci potrà assicurare che la persona che amiamo resterà quella che abbiamo creduto di scorgere; non sappiamo che volto ci rivelerà tra un mese, un anno, sette anni. Quali prove la vita ci riserverà. Saremo in grado di mantenere la promessa di essere fedeli nella buona e nella cattiva sorte, come affermano più o meno consapevolmente gli sposi cristiani al momento della celebrazione del sacramento?

Certamente la fede sostiene, a volte illumina, ma non esiste nessuna delega, nemmeno alla forza dello Spirito. Quello che tocca a noi come persone dentro il matrimonio è nostro fino in fondo. Allora «la sfida alta e chiara non è quella di fuggire l’impegno, ma di osarlo. Libero è senza dubbio chi avendo guardato in faccia la natura dell’amore, i suoi abissi, i suoi giri a vuoto, e le sue esultanze, senza illusioni si mette in cammino, deciso a vivere costi quel che costi, l’odissea, a non rifiutarne né i naufragi, né la sacralità… Nel matrimonio l’altro mi mette a confronto con i limiti del mio essere… Solo il confronto con le mie ferite è in grado di liberarmi… Ciò che rende il matrimonio così luminoso e cosi crudelmente terapeutico è di essere una delle relazioni più significative che mette seriamente al lavoro. La relazione tutta protesa ad evitare le frizioni, conduce al nulla. Può anche accadere che il coraggio della rottura sia il gesto della salvezza! Tuttavia nel matrimonio le prove non sono il segno che bisogna chiudere l’avventura, ma, spesso, al contrario che diventa appassionante perseguirla» (Christiane Singer, Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie, 2009).

E nel far questo non si può essere e far da soli. A volte oltre i sostegni familiari, amicali, comunitari, può essere necessario entrare nel campo terapeutico, dove non si pensava mai di accedere e sostare: superando resistenze, pregiudizi, vergogna. Intraprendere quel viaggio affascinante, ma doloroso che impegna nel confronto sistematico e approfondito con il proprio mondo interno. Ricordare, ripetere, elaborare per riassaporare il gusto iniziale dei primi incontri, riaccendere la passione sopita, risvegliare i sensi, per ridonarsi reciprocamente quella piccola parte di Eden che è concessa agli uomini e alle donne nel difficile, a volte pesante fino all’insopportabile, cammino su questa Terra.

E quando si è più di due, che succede?
C’è un utero in cui il bambino cresce, ma esiste anche uno spazio psichico condiviso nella coppia coniugale, prima ancora che un figlio “venga al mondo”. Uno spazio dove viene pensato, desiderato, atteso. È da quel momento che si comincia a diventare genitori sul piano psichico.

Subito dopo la nascita e le sue vicissitudini, il bambino, visto e intravisto grazie alle moderne tecnologie, è bisognoso di continuare in modo diverso la relazione già avviata nel ventre materno. Grazie alla «preoccupazione materna primaria», così come lo psicoanalista inglese Donald Winnicott nel suo libro Dalla pediatria alla psicoanalisi (1975) ha definito la condizione di attenzione e cura che la madre ha verso il proprio bambino, si costituisce uno stato intermedio di protezione tra lo stare dentro la pancia della mamma e lo starne fuori, che Frances Tustin definisce «grembo post-natale», condizione che protegge o dovrebbe proteggere il bambino da esperienze che superano oltremisura ciò che il suo apparato neuromentale è in grado di sopportare.

Nelle prime fasi della crescita, prendersi cura del bambino nella sua complessità psicosomatica equivale ad una sinergia tra parola, silenzio e attenzione al corpo. Tenerlo in braccio, guardarlo, accarezzarlo, parlare al bambino, sono alcune delle operazioni fondamentali che danno senso e significato a ciò che il bambino sperimenta. Il piacere che passa attraverso la sensorialità gli consente di stabilire un legame con le figure accudenti, di acquistare progressivamente fiducia in se stesso e negli altri; sperimenta l’onnipotenza, che lo illude di essere lui a creare il mondo; fa i conti con le frustrazioni derivanti dal fatto che non sempre l’altro comprende le sue richieste e che i tempi di risposte e le stesse risposte non sono immediati e adeguati ai bisogni e ai desideri; affronta, per quanto possibile, le angosce che provengono da un corpo che esprime altri bisogni e che non sempre è fonte di esperienze piacevoli.

Dentro questa complessità relazionale che coinvolge principalmente la madre, si svolge il difficile processo di maturazione. Lungo, faticoso, che conosce regressioni, arresti, ripartenze, che può anche fallire e che soprattutto mette a dura prova il legame coniugale. Gioia, ma anche notti insonni, malattie, guarigioni, speranze, sofferenze. A volte oltre l’umano.

Madre e bambino costituiscono nella percezione del neonato un’entità indistinta, un tutt’uno, condizione che consente al neonato di far fronte alle frustrazioni. Man mano che il bambino cresce, comincia a percepire la madre come altro da Sé separata e distinta dal proprio corpo: una madre che a volte non è in grado di soddisfarlo fino in fondo e tempestivamente.

Nel momento in cui è capace di tollerare questo vissuto, il bambino inizia ad apprezzare la “madre sufficientemente buona”, la madre reale, differenziata da sé. Allora è possibile rappresentarsela, cioè averla dentro di sé quando lei è fisicamente assente. Il bambino a questo punto è pronto a nascere come entità psicologica con un senso della propria identità personale. Quindi «all’inizio di ogni vita, c’è un patrimonio potenziale che si riceve dai genitori nelle relazioni primarie, fatto di identificazioni profonde, di eredità coscienti ed inconsce, di capacità innate o acquisite che possono decollare o restare congelate, di vincoli e possibilità offerti o imposti dall’ambiente. Un patrimonio che può costituire un capitale per futuri investimenti fruttuosi o che si può rivelare un fardello ingombrante e paralizzante, se non addirittura una rovinosa coercizione» (Maria Luisa Algini, Il viaggio, 2003).

Il bambino pian piano interiorizza il mondo dei genitori e questo non è uno dei possibili mondi, ma è il mondo, l’unico esistente, ed è quello che rimane più a lungo saldamente radicato all’interno di se stesso, fino alla fine dell’età di latenza preceduta e preparata dalle vicissitudini di ciò che viene definita situazione edipica ( intorno ai 3-4 anni), in cui il bambino desidera potentemente il genitore dell’altro sesso e prova piacere nell’entrare in competizione con il genitore dello stesso sesso, sfidarlo, attaccarlo, esprimere con impetuosità la propria aggressività. Se l’esito è positivo, il bambino fa il suo ingresso nella condizione di latenza in cui impegna le proprie energie psichiche prevalentemente nella costruzione dei legami sociali con i coetanei e nei processi di apprendimento, in cui oscilla tra due desideri contrapposti: eliminare il legame con i genitori e restare unito a loro.

Questa fase della crescita ha la funzione di prepararlo alle tensioni e ai conflitti tipici della pubertà e dell’adolescenza durante le quali viene precipitato in una condizione di impetuosa e radicale trasformazione. Cambia il corpo e con esso la psiche. La spinta pulsionale diventa potente. È severamente impegnato ad elaborare il lutto per la perdita della propria condizione infantile; a rinunciare all’onnipotenza, a trovare nuovi criteri di lettura del proprio mondo interno ed esterno, a sperimentare nuove opportunità di crescita. Ciò che i genitori rappresentavano fino a poco tempo prima viene fortemente messo in discussione, attaccato per essere distrutto. Essi non costituiscono più gli unici riferimenti significativi ed indiscussi.

E’ un passaggio che richiede adulti consapevoli del proprio ruolo, in grado di consistere e resistere alle “bordate” che li raggiungono, capaci di fare i conti con le proprie e altrui angosce, che vacillino senza soccombere. «La caratteristica dell’adolescenza è quella di una mente che nell’apprendere il suo potere di funzionamento si riconosce nel suo presente, si appropria del suo passato e contemporaneamente della possibilità di programmare il proprio futuro» (Pia De Silvestris, La difficile identità, 2006).

Quando la tempesta sarà passata, nel migliore dei casi, abbiamo un adulto che ha integrato dentro di sé l’amore e l’odio, che riconosce come tratto distintivo di una sana personalità la coesistenza di questi due potenti affetti, che ha acquisito il senso della propria continuità personale, è sicuro della propria identità che farà da trait-d’union tra il bambino che è stato e ciò che sta per diventare.

Noi abbiamo dentro tutto questo e non solo; che entra prepotentemente in gioco consciamente ed inconsciamente e che costituisce il bagaglio necessario per chi sceglie e può scegliere di immaginare una vita di famiglia e di provare a costituirla.

“A proposito di Misericordia”

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Diventare misericordioso è l’ esito felice di un duro lavoro di scavo e integrazione dentro di sé. Solo chi è capace di riconoscere e godere delle bellezze del mondo e di quelle che ospita dentro il proprio mondo interno, e condividerle, è in grado di mettere in pratica, non senza difficoltà, il più grande comandamento: “Ama il prossimo tuo come te stesso” e anche un po’ di più

Un predicatore una volta fece questa domanda a una classe di bambini: «Se tutte le persone buone fossero bianche e tutte quelle cattive fossero nere, voi di che colore sareste?». La piccola Mary Jane rispose: «Reverendo, io sarei a strisce!».

Stanno in questa disarmante risposta: il cuore della giustizia, che opera affinché qualsiasi uomo, come Mary Jane ci insegna, venga riconosciuto nella sua fragilità e nelle possibilità, a volte nascoste, di rialzarsi dopo essere caduto, senza essere inchiodato dal giudizio implacabile dei suoi simili; il cuore della misericordia, che della giustizia è affiatata sorella, e che separate, privano l’uomo della possibilità di una vita gioiosa, intensa e feconda.

Ritornando alla domanda che il reverendo pone e alla risposta che Mary Jane dà, in realtà accediamo ad una quaestio che affascina e tormenta l’uomo da sempre: il rapporto tra amore e odio, tra bontà e cattiveria e, per i credenti cristiani, tra il peccato e il suo perdono.

Temi che hanno impegnato innumerevoli schiere di pensatori.

Chi scrive, senza la pretesa di rispondere in modo neanche lontanamente esauriente, propone ai lettori, per accenni, la riflessione che Roberta De Monticelli fa del pensiero di Agostino, in uno straordinario suo libro L’allegria della mente. Ed il motivo della proposta risiede nel fascino del legame ipotizzato tra lo spirito, il riposo e la misericordia.

“Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra” è uno scritto che si trova nel XIII Libro delle Confessioni, il capolavoro di Agostino d’Ippona, dedicato allo Spirito Santo. «Quando si dice che il tuo spirito riposa su una persona, si dovrebbe dire che la fa riposare in sé», dove il riposo ha molte affinità con il silenzio, che non è assenza di rumore, ma pausa portatrice di senso.

Perché il riposo ci ricrea? Perché è libertà dalla pressione del dover rispondere immediatamente ad alcune esigenze poste dal reale: ad esempio cose da fare, libri da leggere, lettere da scrivere.

Nei migliori momenti di riposo viene spontaneo sentirsi come un porto o una baia, un luogo di approdo, che accoglie e registra, come un’acqua chiara, tutto ciò che naviga. Il riposo può favorire la riflessione; il silenzio cercato e trovato può diventare preghiera, ascolto dello spirito.

Già, ma che cos’è spirito? Nel senso del greco pneuma e del latino spiritus, esso esprime l’idea del soffio e del respiro o del vento che soffia dove vuole. Nell’antropologia cristiana e nella magistrale concettualizzazione che si trova nelle Lettere di Paolo, esso è il soffio che ravviva, il raggio che accende, la scintilla che dà vita al fuoco. Insomma, l’energia che ravviva e che suscita in noi meraviglia. Quel senso di meraviglia a cui Paolo di Tarso non smette di educarci nella descrizione della bellezza del creato, e nel suo vertice: l’uomo.

L’unicità di ciascuna persona è la fonte che conferisce al suo essere nel mondo il carattere ontologico nel senso che non dipende, questo valore, da qualità positive che alcune persone posseggono e altre no (bontà, simpatia, talento). Esiste un valore irrinunciabile delle persone come tali o come individui: ciascuno con il suo nome, la sua storia, la sua personalità. Il fatto che esistano gli aguzzini, i serial killer, i carnefici e i dittatori ci fa pensare al fatto che un essere si fa per gradi: si cresce o decresce, si matura oppure no, ci si rattrappisce. Ma tutto questo non intacca il suo unicum. Anche se, lo ripetiamo, questo essere può non farsi o disfarsi: e allora l’uomo vive un livello di maturazione prossimo allo zero. La grande letteratura e la saggistica storica sono concordi nel mostrarci il “vuoto interiore” che abita i grandi professionisti della distruzione.

E allora esperienza dello spirito è, secondo Agostino, magis esse, “più essere”, e implica il “lavoro dentro di sé”, la relazione con l’altro da sé. La ricaduta più importante dell’esperienza dello spirito è la conoscenza di sé ed essa avviene attraverso un venire ad esistenza di strati di sé che “dormivano”. E avrebbero potuto forse dormire per sempre. Quanti semi caduti in terra arida. In questo è la drammaticità del nostro percorso, accidentato, di maturazione. Insomma, la ricaduta principale dell’esperienza dello spirito è il divenire sé, oltre quello che si sapeva, credeva o ci si illudeva di essere. È fiorire, portare frutto. E quando questo non avviene si amplia “la regione della dissomiglianza”, strana espressione agostiniana, cioè lo scarto tra quello che siamo e quello che potevamo divenire.

Noi, indipendentemente dal lavoro che esercitiamo, appena abbiamo un momento libero facciamo della ricerca. Leggiamo, andiamo a teatro, al cinema o ad un concerto. Tutto questo è ricerca. Ed in questa ricerca il piacere gioca un ruolo molto particolare. Perché amiamo le buone conversazioni, conoscere persone nuove o approfondire la conoscenza di quelle che ci hanno colpito? Per lo stesso motivo per cui andiamo a teatro, al cinema, a visitare un museo. Il piacere ci indica che siamo sulla buona strada. Così come la noia, la frustrazione, ci danno una caratteristica sensazione di smarrimento.

La conoscenza di sé non ha fine se non con la nostra morte, e può essere particolarmente lunga, faticosa, anche dolorosa. Non ci sono scorciatoie.
Attraversare tanti libri, tanti quadri, tanta musica, tante città, tanti paesaggi, farlo con competenza e precisione, ponendo le domande giuste, scegliendo i percorsi giusti, distinguendo, raccogliendo, riordinando l’essenziale… Tutto questo richiede studio, rigore metodologico e impegno di intelligenza, lavoro e accumulazione del sapere. «Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra» vuol dire tutto questo. «E più largo, dicendo questo, mi sento ch’io godo» (Dante, Paradiso, XXXIII; 92-93).

Agostino si è impegnato in questa ricerca introducendo il modello della conoscenza personale, che contempla:
– il contatto con l’altro da sé al posto della distanza;
– il coinvolgimento;
– l’entusiasmo al posto dell’impassibilità;
– la “generosa dissipazione” del figliol prodigo invece della sicura identità del figlio che rimane a casa.

Per Agostino, la conoscenza di sé stessi è inseparabile dal rapporto con la Trascendenza che la fonda e la continua e che necessita innanzitutto dell’attenzione, atteggiamento che permette di andare verso di sé, in profondità. La persona distratta è quella che si ignora, e si ignora perché vive “fuori di sé”, fuori dal suo centro che è il suo cuore non privo d’inquietudine, sentimento agostiniano per eccellenza.

Allora diventare misericordioso è l’esito felice di un duro, a volte durissimo lavoro di scavo e integrazione dentro di sé, perché solo chi è capace di riconoscere e godere delle bellezze del mondo e di quelle che ospita dentro il proprio mondo interno, e condividerle, è in grado di mettere in pratica, non senza difficoltà, il più grande comandamento: «Ama il prossimo tuo come te stesso e anche un po’ di più».

Riflessioni sulla condizione umana

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Giuseppe Laganà 20.10.2016 www.benecomune.net

“Nel pensare sull’umano, si accavallano letture antiche e recenti. Una delle descrizioni più sintetiche e profonde della condizione umana, si ritrova nel Salmo 64: “Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso”. Questa definizione coniuga il realismo delle Scritture con alcuni criteri interpretativi della psicoanalisi che dà una libertà di pensiero che permette di spaziare in ambiti diversi, di effettuare contaminazioni, di attingere a piene mani alle sorgenti della creatività e della fantasia; senza le quali non c’è pensiero nuovo, azione trasformatrice.”

Nel dare inizio ad una riflessione sull’umano, si accavallano pensieri, letture antiche e recenti. Da dove iniziare?
Una delle descrizioni più sintetiche e profonde della condizione umana, la ritrovo in un frammento del Salmo 64, 7: “Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso”.

Questa definizione consente di coniugare il realismo delle Scritture con alcuni criteri interpretativi propri della psicoanalisi, una delle possibili strade che ci è possibile percorrere.

Chi per i più disparati motivi la frequenta e ad essa s’ispira, sa che la psicoanalisi dà una libertà di pensiero che permette di spaziare in ambiti diversi, di effettuare contaminazioni, di attingere a piene mani alle sorgenti della creatività e della fantasia; senza le quali non c’è pensiero nuovo, azione trasformatrice.

Freud e Jung in primis hanno impegnato mente e cuore nel descrivere questo strano “essere” che è l’uomo che ha nella relazionalità una delle sue caratteristiche irrinunciabili; dove non c’è relazionalità, infatti, non c’è possibilità di autonomia, crescita sana, autentico sviluppo. Ma non basta la relazionalità tout court, è necessario che possieda determinate caratteristiche senza le quali cade come un castello di carta quel moralistico “dover essere” che non tiene conto delle leggi dello psichico.

Non si è buoni, né lo si diventa solo in obbedienza ad una qualsiasi morale. Il piacere, il godimento giocano un ruolo fondamentale e ne sa qualcosa il bambino appena nato che cerca in tutti i modi di catturare con tutti i sensi una condizione di beatitudine più o meno continua, più o meno intensa, vissuta e fatta memoria nel periodo trascorso all’interno del grembo materno.

Nessuna idealizzazione a prescindere, ma comincia in questo periodo l’apprendistato per star bene con se stessi e nel mondo. Quasi completamente dipendenti da una madre: dalle sue fantasie, dai suoi pensieri, dalle sue emozioni, dalla sua condizione psicofisica; e dalla relazione che lei intrattiene con l’altro membro della coppia. E quindi nulla di facile e scontato; e la clinica ci da testimonianza di come non sia raro “scivolare” nel patologico.

Oggi più che mai dentro un reale fatto di sovrabbondanti immagini, di suoni e rumori costanti, di moltiplicazione di schermi digitali, abbiamo bisogno di riconquistare un nuovo rapporto con tutti i nostri sensi, di costruire “oasi di silenzio”.

In certi momenti non siamo in grado – per nostra costituzione – di sopportare troppa realtà e proprio per questo motivo ci difendiamo come possiamo; mettiamo e in atto consciamente ed inconsciamente operazioni difensive per “sopravvivere” non solo in condizioni di vita estreme, ma anche nell’ordinario di una vita continuamente esposta a sollecitazioni di vario genere. Già, conscio ed inconscio che “dialogano” incessantemente tra di loro, il più delle volte in modo nascosto e sotterraneo e la conoscenza delle loro trame impegna seriamente il pensiero.

In altre parole, non sempre volgere lo sguardo altrove, ritirarsi temporaneamente dentro una sfera più intima equivale ad indifferenza, disinteresse, narcisismo. Sostenere questa posizione significa sottrarre alle grinfie del moralismo il discorso sul bene la cui attuazione necessità di uno psichismo equilibrato e, secondo chi scrive, di una vita spirituale che non intrude e non interferisce.

Rimozione, dissociazione, scissione, proiezione, negazione sono alcuni dei più importanti meccanismi di difesa che il nostro apparato psichico usa per salvaguardare se stesso e la vita e non tener conto della loro azione o considerarli sempre e comunque qualcosa di negativo significa privarsi della conoscenza dell’umano che poco più di cent’anni di psicoanalisi hanno gettato nel cuore della riflessione e da cui non si può più prescindere.

Quando si attraversa un periodo difficile o si è stanchi, affaticati, usiamo, ora l’uno ora l’altro meccanismo per rendere sopportabile l’insopportabile, per espellere, per smembrare, respingere ciò che in quel momento avrebbe la potenza distruttrice di un esercito di soldati al galoppo contro un villaggio indifeso. Metafora della nostra condizione di precarietà e fragilità che interpella innanzitutto noi stessi, chi ci sta accanto e la comunità in cui siamo inseriti; che chiama in causa la funzione fondamentale dell’ascolto, forse la più importante e la più difficile da attuare. ”Bisogna avere pazienza e attenzione infinita, perché il suono leggero dei piedi delicati del ragno sulla foglia ci giunga all’orecchio” (Virginia Woolf).

L’ascolto attento salvaguarda dal giudizio facile, aiuta a cogliere la complessità della condizione dell’altro, gli permette un uso sano delle proprie difese che diventa patologico quando prevale un funzionamento rigido, fisso. Di questo “impasto” siamo fatti. Tutti. Nessuno escluso. C’è chi ne è consapevole e ci lavora sopra ed in profondità; c’è chi si colloca sul piedistallo e non vi scende mai.

Si può trascorrere un’intera esistenza ed aver soltanto sfiorato parti di sé importanti che sono rimasti per sempre dormienti, strenuamente impegnati a vigilare sulle mancanze dell’altro in modo ossessivo, erigere difese contro il fluire della vita, sempre in guerra col mondo, contenitore delle proprie proiezioni. Non potendo sopportare il negativo che è in sé, lo si espelle in modo massiccio. La presa sulla realtà viene allentata, forse, quando si dorme e forse neanche tanto; il sonno straordinario dono che la Natura ci ha dato; e all’interno di esso il sogno, manifestazione rutilante della mente al lavoro. Un buon sonno ristora, rifornisce. Una mente che sogna attinge a sorgenti profonde.

C’è anche una condizione clinica che forse più di altre descrive in profondità la fragilità di cui siamo abitati e la solidarietà di cui abbiamo bisogno, ed è quella della depressione; che può spingere fino al desiderio, alla ricerca e attuazione della propria morte. In poche parole viviamo di risorse interiori straordinarie, ma dentro un equilibrio fragile che necessità di cura e attenzione; e dello sguardo tenero e misericordioso dell’altro su di noi, che non significa evitare un’analisi approfondita, direi “spietata” delle contraddizioni e delle incongruenze che ci portiamo dentro. Fonte di solidarietà senza la quale non c’è comunità che sostiene e promuove. Senza tutto questo non c’è umanità.

Nel corso della nostra esistenza siamo chiamati a diventare monachoi, unificati. C’è un episodio delle Scritture bibliche che sintetizza bene, a mio avviso, questa dinamica ed è la parabola del buon samaritano, icona dell’uomo accogliente e solidale che esercitò pienamente la “carità dei cinque sensi”: per prima cosa vide colui che era in difficoltà. Si avvicinò e si chinò su di lui per guardarlo meglio. La prima cura fu uno sguardo attento, accogliente, solidale con la sofferenza di quell’uomo. E poi lo prese tra le sue braccia. Chissà cosa si dissero. Il resto venne dopo. In fin dei conti vide in lui una parte di sé. S’identificò, non scisse, non espulse, né negò. Possiamo immaginare che quest’uomo sognava spesso e tra i suoi sogni ci fosse quello di un’umanità, giusta, fraterna, solidale. A noi il compito di continuare quel sogno. Per quel che possiamo.